12/09/2026
DOPO “FUERTEVENTURA È UNA FREGATURA”, LA VERITÀ.
Non ho cominciato a scrivere quando Facebook ha deciso di mostrare le mie parole a quasi un milione di persone.
La mia matita aveva iniziato a disegnare i miei pensieri ben più di vent’anni prima.
La temperai per la prima volta quando vivevo ancora in Italia. Dopo aver scoperto la passione per la lettura, arrivò la scrittura.
Entrambe sono state la mia salvezza in molti momenti della vita, quando la mia emotività aveva bisogno di essere raccolta, compresa e rimessa in ordine.
Scrivere mi permetteva di toccare i miei vuoti interiori, di mettermi in discussione, di entrare nelle stanze più nascoste di me e provare ad accendere la luce.
Molto prima di questa pagina, il mio nome aveva già trovato posto sulla carta stampata.
È stato un passaggio della mia vita che ha aiutato la mia autostima a crescere.
Oggi che ho sessant’anni, la mia penna ha altri propositi per il domani.
Non ero una “creator”.
Non ero una property manager.
Certamente non immaginavo che un giorno le mie parole avrebbero attraversato migliaia di schermi.
Poi la mia penna è approdata a Fuerteventura.
Sono arrivata qui una decina di anni fa e questa terra ha cominciato ad aprirmi porte senza che quasi me ne accorgessi.
Io, in cambio, ho cercato di rispettarla nello stesso modo in cui l’ho amata: senza pretendere che diventasse altro, senza chiederle di assomigliare al luogo che avevo lasciato.
Della mia vecchia vita non mi manca nulla, mi resta un solo legame. Per ora.
Fuerteventura non mi ha inventata, ha contribuito a farmi ritrovare.
Ha confermato sensazioni che l’età aveva già cominciato a suggerirmi, ma soprattutto ha assecondato quella mia ostinata necessità di scavare dentro, alla ricerca della parte più vera di me.
La scrittura, in tutto questo, ha compiuto un enorme lavoro d’introspezione.
Ha raccolto ciò che sentivo, lo ha guardato senza paura e, parola dopo parola, me lo ha restituito con un nome.
Intanto, quasi silenziosamente, quelle porte aperte dall’isola erano diventate case.
Case da accudire, ospiti da accompagnare, arrivi da aspettare, problemi da risolvere.
Un lavoro entrato poco alla volta nella nostra vita, fino a diventare la vita della nostra famiglia.
Non siamo nati come un marchio.
Cerca del Mar Holiday è semplicemente diventato il nome della vita che stavamo costruendo insieme.
Poi, qualche giorno fa, ho scritto che Fuerteventura è una fregatura.
Non c’era una strategia, non avevo deciso che dovesse accadere qualcosa, era uno dei tanti racconti che da anni affido a questa pagina, nato dall’amore e dalla gratitudine che provo per un’isola che ha dato tanto a me e alla mia famiglia.
Eppure, quel testo ha cominciato a viaggiare senza di me.
È stato condiviso, copiato, modificato, adattato e, qualche volta, perfino adottato come proprio.
Lo hanno fatto persone comuni, pagine dedicate alle Canarie e persino professionisti che si definiscono “creatori digitali”.
Evidentemente avevo scritto qualcosa di così vivo da spingere qualcuno a dimenticare chi gli avesse dato quelle parole.
Ma è accaduta anche una cosa bellissima.
Prima ancora che fossi io a interve**re, alcune persone hanno riconosciuto la mia voce sotto il nome di qualcun altro, hanno scritto il mio nome, hanno raccontato da dove provenissero quelle parole e le hanno riportate a casa.
Per una volta non ho dovuto rispondere agli haters: prima di me erano già arrivati i lovers.
Ed è stato allora che ho capito che Facebook non mi aveva regalato una voce. Aveva soltanto acceso, per qualche giorno, un riflettore su quella che possedevo da sempre.
Questa è la verità dopo “Fuerteventura è una fregatura”.
Dietro quel testo non c’era una creator nata per caso, né una property manager che cercava un modo elegante per vendere una vacanza. C’ero io.
Una donna che scrive da più di vent’anni, che ha portato la propria penna oltre l’Oceano e che, su quest’isola, ha ritrovato sé stessa mentre costruiva una nuova vita insieme alla propria famiglia.
Fuerteventura non mi ha insegnato a scrivere.
Mi ha dato qualcosa che valeva la pena raccontare.
Testo: © Cristina Gangale
Foto: © Davide P.