A barma drola

A barma drola Si trova ad Estoul vicino agli impianti di risalita e a 10 minuti da Brusson nella bellissima Val d' Ayas.

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02/01/2023
Eravamo partiti presto come al solito, appena chiaro. L’acqua del torrente dove ci eravamo accampati, di notte ghiacciav...
30/11/2018

Eravamo partiti presto come al solito, appena chiaro. L’acqua del torrente dove ci eravamo accampati, di notte ghiacciava completamente e di giorno dopo due o tre ore di sole cominciava a sciogliersi. Al buio verso le due o le tre, credo ci fossero otto, forse nove gradi sotto zero. L’acqua nella borraccia nonostante la mettessi sotto maglioni e giacche a vento diventava un blocco di ghiaccio e non potevo più bere fino al mattino quando facevamo scaldare quella per il viaggio. Il colle del giorno prima ci aveva provato e più che un colle a me sembrava la cresta di un monte irraggiungibile. Eravamo sul Jhyarkoi in Himalaya.
Nella discesa verso Charka, il villaggio che dovevamo raggiungere, mi metto dietro a Sete e a suo fratello Kanzah. Scendono in fretta, quasi di corsa, sono uno attaccato all’altro sincronizzati come in un ballo. Ore su ore di discesa , Charka è lontana. Eppure le mie ginocchia reggono, miracolosamente guarite nel viaggio. Come sempre c’è vento e polvere, ogni giorno, ogni ora. Dolpo del c***o! dice Sete. La mia valle è verde, non è come qui. Meglio la valle del Kumbu, è bella la mia valle. Mi sembra una frase già sentita.
Un tempo da Estoul se ne andavano in tanti. Cercavano fortuna altrove. Chi non poteva si faceva prestare i soldi per il viaggio. I più in Francia , in Svizzera ma alcuni partivano per l’America, l’Australia e non avevano intenzione di fare ritorno. Di Boneau non resta niente, nemmeno il nome di battesimo su una lapide o nel ricordo dei suoi nipoti. Una data di nascita o di morte, niente. Di Boneau restano solo miseri pezzi di una storia d’Africa. Scelse l’Africa Boneau. Battitore nel Congo belga. Spaventava gli animali perché altri potessero spianare e fare le strade. Il più pericoloso era il leopardo perché stava sugli alberi, ogni tanto qualcuno moriva, sbranato. Torna nella sua valle, portandosi addosso la febbre malarica. Beveva petrolio, dicono, per alleviare gli spasmi. Muore alla Barma un giorno di tanti anni fa. Non so se lui come la Blixen conosceva il canto dell’Africa. Se esistevano colline o una luna africana a cui era affezionato o se esiste da qualche parte in Congo una strada che si ricorda di lui.
Sta di fatto che noi che camminiamo in un altro deserto e in un'altro tempo arriviamo a Charka prima di sera. Polvere, vento, i battitori di grano, ovunque. Ci sembra il posto più lontano al mondo. Troviamo una donna che ci offre casa sua per la notte. Due bambini sentendoci parlare in italiano si avvicinano, uno ripete perfettamente quello che ha sentito, poi scappa con il suo amico a giocare. Se ne va come il talento che non sa di possedere. Scappa come il bambino alle pendici del Poksundo, all’inizio del viaggio. Il bambino zoppicante con la gamba storta. Quel giorno scappo anch’io con gli occhi lucidi e l’odore nel naso del pavimento in terra di sua madre che mi ricorda l’alpeggio dove sono cresciuto. Poi penso alle ragazze di Jhupal che si lavavano i capelli alla fontana e alle loro risa e penso al bimbo a pochi metri da loro, con le pustole in viso, febbricitante, trema, il moccolo che gli scende dal naso. Penso a Kanzah, al suo corpo da felino, ai suoi occhi stretti da asiatico, alla sera del fuoco che ha acceso in un atto di ribellione. Ai portatori e a Stefano e alle nostre mani tese verso il fuoco, quell’unica sera di fuoco. Alle parole che non capivamo e ai gesti e a quel fuoco che per un attimo ci ha resi uguali. E penso a Paolo che avrei così tanto voluto che non si perdesse quel momento.
Penso che ai confini del mondo, in Nepal, in Africa o altrove, la vita e la morte sono un racconto che sta tutto in una sola pagina, perché tra una parola e l’altra ci sono solo pochi passi.
A Kanzah

Questa storia che sto per raccontare è una cosa successa tanto tempo fa. Non è una di quelle cose di cui parlavo volenti...
05/02/2018

Questa storia che sto per raccontare è una cosa successa tanto tempo fa. Non è una di quelle cose di cui parlavo volentieri, ma ora che tutti l’hanno dimenticata e che ne sento anch'io la distanza, credo valga la pena ricordare.

Nei primi anni ’70 molti miei coetanei avevano imparato a sciare nel campo scuola sotto alle case di Brusson, a Prae. Là, una sciovia costruita un decennio prima aveva portato con se una rudimentale scuola di sci e la nascita di un piccolo sci club e tutte quelle cose che da lì a qualche anno sarebbero diventate gli “ sport invernali”. Io non ci andai. Ero un bambino timido, piccolo, e pieno di insicurezze. Così invece di essere proiettato avanti verso il progresso che arrivava a grandi passi, preferii farne due o tre di passi ma indietro, e Estoul diventò la mia porta per il passato.
A quel tempo quassù non c’era proprio nulla. Ma quel nulla per me era colmo di avventura e di scoperte. Mio padre aveva un vecchio paio di assi di legno ricurve con degli attacchi Kandhar, così il tallone era parzialmente libero e poteva camminare. Perché era per questo che si mettevano gli sci, per potersi muovere sulla neve, per non sprofondare. Mio padre non aveva una tecnica vera e propria anche se ogni volta tentava di spiegarmi un modo per curvare chiamato “ cristiania”. Di sci ne aveva procurato un paio anche per me e non so bene da dove. Nello zaino metteva tagliole e lacci e esche per catturare volpi, martore e lepri, e tentava di spiegare a me il loro utilizzo. A quel tempo la strada in inverno la tenevano pulita solo fino alle ultime case del villaggio e cioè un qualche centinaio di metri prima da dove parte oggi la seggiovia. Da quel punto in poi tutto era paragonabile al klondike ed era così che lo vedevo io , perché queste storie: di lupi, di cani, di cercatori d’oro e di mondi lontani piacevano tanto a mio papà che le raccontava come fossero sue. Sta di fatto che mio padre stava davanti a fare la prima traccia, e io da dietro più che alle trappole pensavo alla neve intorno, alla sua sagoma che si muoveva lenta davanti a me, alle case sommerse, e a tutte le cose che d’inverno con la neve spariscono. Fu per questa cosa qua che misi gli sci per la prima volta. A sciare invece imparai molto tempo dopo, verso i 17 anni quando anche a Estoul costruirono due Skilift. E appena mi dissero questa cosa, cioè che avrebbero tagliato il bosco, spianato, e piantato piloni di ferro fui molto contrariato. Volevo impedirlo. Ero certo che tutto sarebbe cambiato, ero certo che avrebbero rovinato tutto e che la mia foresta selvaggia sarebbe sparita come in parte sentivo che se ne stava andando la mia infanzia. In ogni caso il mio mondo selvaggio sarebbe da lì a poco sparito comunque, e sarebbe arrivata la consapevolezza che mi serviva un lavoro e che pascolare le capre verso fontaney e molerasc non sarebbe bastato per vivere, per crescere, e tutto il resto. E le storie di Jak London non avrebbero portato le ragazze che poi con le piste, lo sci e il resto arrivarono. Così il lavoro lo trovai con i nuovi impianti di sci “ Brusson Palasinaz” . All’inizio come agente di rinvio sullo skilift e poi mi proposero di guidare il gatto delle nevi. Era il 1984. Il Gatto era una macchina incredibile in mano ad un ragazzo di 18 anni e se a quei tempi mi fossi già imbattuto in Mac Whirr del piroscafo Nan- Shan, allora avrei riconosciuto quella macchina come il capitano dell’Otago riconobbe il suo primo incarico. Ma a quel tempo io non conoscevo quasi nulla di queste cose e il Gatto era un gatto delle nevi e basta. Forse sarà stato per questa cosa qua che nel gennaio del 1986 in quei giorni in cui non smetteva più di nevicare e mi era stato detto di tenere aperta una traccia io lo sentii come un incarico di vitale importanza. Così mentre la neve continuava a salire, ad oltrepassare i balconi delle case lasciando il piano terra completamente sepolto, io continuavo con il gatto a fare su e giù lungo la pista. La macchina arrancava e la neve era tormenta e bufera e a folate come marosi sbatteva sul vetro. Verso il quinto giorno consecutivo di neve, per arrivare agli impianti dovetti mettere gli sci e le pelli perché non era più possibile stare a galla. Arrivato al gatto legai gli sci nel cassone con un fil di ferro e presi a salire, scelsi quella che ritenevo la pista migliore e siccome ce n’erano solo due di piste, quella più in piano, verso Fontane mi sembrò la più sicura. Il gatto beccheggiava e ad ogni avvallamento del terreno il muso andava giù e poi tornava su a galla. Dalla cabina il tergicristallo andava e non si fermava mai. In alto la montagna, il Bieteron, stava diritto in piedi come un omone dal ventre gonfio. All’ultima passata guardo nel retrovisore e poi guardo verso la montagna, e vedo gli alberi a poca distanza venir giù come spighe di grano. Vedo un vento fortissimo che butta giù tutto, neve alberi, e mi viene contro , alzo le mani sul viso e sento il colpo. Un colpo forte e sordo sul petto, tutta l aria che ho nei polmoni esce e il petto mi si schiaccia e le ossa iniziano a piegarsi e poi a rompersi. Il parabrezza mi avvolge e prende la forma del mio viso, delle mie mani, mi entra in bocca, la riempie di pezzi di vetro. Il gatto vola, non come qualcosa di pesante, piuttosto come una cosa leggera che galleggia e scivola via fino a incagliarsi su due enormi larici. Le traverse dei cingoli si infilano nel tronco dei due alberi per venti centimetri e poi tutto esplode: il cingolo, il telaio, la cabina, io, e le dieci tonnellate di ferro si accasciano nella neve. Per un po’ tutto si spegne e si accendono visioni, tutto è calmo e piacevole e ci sono persone intorno a me che parlano e non c’è freddo o caldo, c’è solo un sapore dolciastro. Poi come chi riemerge da un sogno o da un lungo tuffo riprendo fiato, sputo i vetri dalla bocca e penso ai denti. Intorno non c’è nessuno. Intorno solo alberi rotti, neve smossa, il mio sangue e una gamba incastrata e il freddo. Ma dove sono le gambe, sono sotto la neve, la neve che mi arriva alla pancia che mi fa male. La gamba è incastrata, se è rotta muoio qui come una di quelle bestie che mio padre prendeva nelle tagliole. Finirò come una di quelle bestie. Una volta ne avevo vista una che si era divorata la zampa fino all’osso per potersi liberare e non c’era riuscita. Ora sono io quella bestia. La testa, le mani, le gambe, sono piene di tagli e non sono sicuro di essere del tutto lucido. Penso a liberare il Gatto, cerco l'autoradio tra l'acciaio e i vetri rotti. Finalmente la gamba si scastra dai rottami, mi regge in piedi. Potrei uccidere per salvarmi. Sento in me qualcosa di forte e orribile quanto la disperazione di quella bestia con la gamba amputata. Cerco gli sci che sono l’unica possibilità e li trovo, lì nel cassone legati col fil di ferro. Li metto. anche se faccio fatica a respirare e ho un sonno terribile, inizio a scendere. Passo davanti a Fontane, lì la pista ripiana, faccio fatica, forse dovrei dormire un po’. La baita è lì, prima di tutto, prima di me, prima delle piste, prima di essermi donata, poi ristrutturata. Ne ha viste di nevicate la baita. È lì e sembra sapere , lei sa che tornerò da lei e la rimetterò in piedi, un giorno. La casa è lì e sa già tutto, ma io non so ancora niente . A casa , a Estoul, c’è mia madre che ha meno della mia età oggi, mio padre è vivo, Mia nonna è morta solo da un anno, sua sorella è lì con noi e cammina ancora e io sono ancora all’inizio di tutto.

L’avevano spinta a braccia  su per la mulattiera. Erano in quattro. Eligio  la teneva in direzione e  Serafino e Giusepp...
14/07/2017

L’avevano spinta a braccia su per la mulattiera. Erano in quattro. Eligio la teneva in direzione e Serafino e Giuseppe infilavano assi dove le ruote uscivano a sbalzo o smontavano pezzi di muro dove occorreva, ora da una parte ora dall’altra. Bruno stava nelle retrovie e portava a spalle due bottiglioni di benzina. Appena la sentirono arrivare i bambini gli corsero incontro perché il motore a un solo cilindro batteva come un tamburo e faceva un tal chiasso. Quando passarono in mezzo al villaggio nessuno ci poteva credere che quella macchina sarebbe stata la prima a sostituire le persone: chi guardava con stupore, chi con diffidenza, qualcuno si tappò le orecchie. Fu così che la BCS 110, fece la sua comparsa ad Estoul. Misero la falciatrice in cima al villaggio e trionfante e conquistatrice aspettava solo di essere messa alla prova.
A quel tempo nel mese di luglio se si passava nelle viuzze strette del borgo, verso sera o la mattina presto, di sicuro si incrociava qualcuno intento a preparare la falce. La parte in ferro veniva tolta dal ma**co e con una piccola incudine piantata a terra, veniva appiattita con un martello apposta, ed è per questo che si sentiva quel :tin, tin, tin , prima verso la casa di Guido, poi ancora; tin, tin, tin, sotto dai Gerand e poi su dietro la Chiesetta , e in tutto il villaggio, da cima a fondo si poteva ascoltare la melodia dei falciatori di fieno.
Io sono cresciuto tra queste due epoche. Ho intravisto morire quel mondo fatto di gesti semplici , precisi e silenziosi e ho imparato presto a smontare un carburatore, a cambiare un cuscinetto a sfere, ad affilare una lama della Rapid, della Bertolini, della BCS, a bestemmiare dietro un'imballatrice.
I trattori, quelli, arrivarono qualche anno dopo ma erano piccoli e il fieno lo si caricava “ sciolto” sul cassone, così senza imballarlo e chiamavamo questo: “ a piemontesa” Solo che i fienili, quelli li avevano costruiti quando ancora il fieno lo portavano a spalla o con il mulo e i fasci li spingevano su per una scala che stava sempre a monte della casa perchè così la pendenza faceva risparmiare un piano, certe volte anche due. A quel tempo tutte le famiglie del villaggio avevano le bestie e nei prati vedevi tanta gente con forche, rastrelli e qualche nostalgico portava anche le corde , non si sa mai. La nostalgica è sempre stata mia madre. E se qualcuno sbagliava e falciando sconfinava nel prato del vicino, allora si lasciava indietro l'erba tagliata, anche se questa poi marciva lì. Era un segno di rispetto.
Per un pò i campi dove non si poteva andare con il trattore, li si portava via a spalle ed era fastidioso con quel caldo, infilare la testa nei fasci di fieno, è per questo che nel farlo ci si metteva un asciugamano intorno alla testa. Dopo un pò Maurizio vide da qualche parte che qualcuno caricava il fieno su dei teli in plastica e facendo scivolare il carico a valle fino alla prima strada , il fieno lo si poteva imballare lì e poi portarlo belle che impachettato a casa. Questo modo divenne presto il gioco dei più piccoli che si buttavano sul covone scivolando giù fino a morir dalle risate. Da lì in poi il fieno non venne più portato a spalle.
Alla fine degli anni settanta pochi avevano un imballatrice: Magnon, Matricola, ed Emilio erano tra i pochi, e a volte si dovevano aspettare per ore sperando che il tempo non cambiasse e un temporale improvviso non buttasse all'aria tutto il lavoro.
Con i turisti a volte si diventava amici e a volte no, ma quando accadeva la prima cosa era di metterli alla prova con i fieni, se la superavano e tornavano il giorno successivo , allora diventavano di famiglia. Anche se a dir la verità, quasi sempre venivano rimproverati dai "vecchi" per non saper usare il rastrello.
Ricordo una volta che dopo aver lavorato tutto il giorno ci fermammo a bere una bottiglia o due di " cortese" un bianco fermo che ci fece andare a fare una bella dormita, dopo.
Ieri dal balcone di casa guardavo due trattori enormi che con barre falcianti frontali a dischi in un'ora avevano fatto il lavoro di venti BCS 110 . Non vedevo gli uomini all'interno, i vetri della cabina riflettevano la luce del sole, solo il rombo dei motori di cento e più cavalli e il fischio delle turbine. Per un attimo ho avuto un fremito di nostalgia e non so nemmeno bene per cosa. Forse dei falciatori di fieno di tanto tempo fa, del fruscio della falce sull'erba in quel movimento ad arco perfetto e silenzioso. Forse degli uomini che vedevo disseminati nei prati con rastrelli e forconi e delle donne che spartivano un beverone di uova mescolate con la birra. Ma forse avevo solo nostalgia di quella bevuta, di quella sbronza accidentale e di quegli amici anche loro accidentali, che negli anni erano passati per di qui a buttare su b***e di fieno, a rastrellare, a sudare con me, a parlare con mia madre. Nostalgia di quegli "uomini" che oggi sui due trattori intravedevo appena.

La strada era arrivata come un segno inequivocabile di modernità. Per farla avevano squarciato in più punti la mulattier...
07/05/2017

La strada era arrivata come un segno inequivocabile di modernità. Per farla avevano squarciato in più punti la mulattiera, fatto a pezzi i ciottoli in terra e divelto i muretti dando un taglio definitivo con il passato. La strada che portò le prime falciatrici a motore e i primi trattori a benzina fece però scambio con gli abitanti e i più scesero a valle. Con gli anni i più svariati utensili agricoli giacevano incagliati a lato di un prato, ai margini del bosco, nel giardino di casa o dentro una stalla vuota. Tante macchine, pochi uomini. La strada che doveva portare, portò via.

Su via Aosta, appena prima di corso Giuseppe Garibaldi e dell’Ospedale di Ivrea sorgono come tanti gemelli brutti una fila di palazzi costruiti negli anni ‘50. È lì che mio padre imparò il mestiere contribuendo a tirarli su. Viveva a Montalto dora e faceva avanti indietro in bicicletta. Andava al cinema, e ogni tanto in qualche bar del centro. Imparato il mestiere tornò a casa, si mise con un suo amico e cominciarono a costruire case. Negli anni 60 crescevano come funghi. Si comprò una Gilera sport 125 che poteva usare solo in paese o per andare giù verso il fondo valle perché a Estoul, per ora, ci si saliva solo a piedi o con il mulo. Conobbe mia madre e un anno dopo si sposarono. Riuscirono anche loro più avanti a costruirsi una casa con i balconi in cemento armato, le tapparelle di plastica verdi alle finestre e la ringhiera in ferro. Mio padre disse: Oh! Finalmente una casa come si deve! Non ci andarono mai ad abitare. Mia madre non era affatto affascinata dalla modernità, dal progresso. La sua più grossa aspirazione era tornare ad avere due mucche e salire in baita, andare a pascolare e fare le cose che aveva sempre fatto da ragazza. Ovviamente ci riuscì, e poco tempo dopo erano di nuovo alle prese con la transumanza. Tetti di sasso sopra la testa, camino, grossi paioli anneriti dal fumo per fare il formaggio. Mio padre ci riprovò ancora questa volta aggiustando il tiro. Questa volta una casa nuova ma con la stalla, il fienile e tutto il resto. Questa volta c’ero anch’io, e mio padre mentre legavamo i ferri delle solette mi diceva - Vedi? Lì nella stalla ? lì verrà fuori una grande sala ristorante! Io gli rispondevo – secondo me dovremmo fare un’ altra stalla vicino a questa, perché io voglio allevare mucche! Avevo quattordici anni.

Mio padre aveva un unico svago: la caccia. Aveva imparato ogni trucco possibile, e li metteva in atto sia nella stagione venatoria, sia fuori dalla stagione venatoria. Mi portava sempre con lui. Mi insegnava che l’esca migliore per catturare la faina era una mela con dello zucchero e gherli di noce, e che prima o poi sarebbe riuscito a prendere l’ermellino in muta invernale. Imparai a usare gli sci piazzando con lui trappole nel bosco e in stagione mi faceva usare la carabina calibro 243 appostati a marmotte al “ bec de l’ouja” oppure dietro al lago Battaglia ma non al "Chiapey dei Fouzon” perchè quello era territorio loro. Un giorno gli dissi che la caccia non era per me, anzi, io ero contro la caccia! Era stanco mio padre, stanco di lavoro e stanco di cose che andavano storte. Di figli che dicevano il contrario su ogni cosa, di case che si costruivano ma che non venivano abitate, era stanco davvero. E lì, nel fondo di un bicchiere, con enorme sorpresa e stupore trovò la strada che venne a portarlo via.

Prendevamo il treno da Verrès verso porta nuova , Torino. Il parco Cavalieri di Vittorio Veneto è proprio davanti all’ ospedale militare. Io aspettavo lì, mentre mio padre a 54 anni veniva trattato come un invalido per far sì che io non andassi a fare il servizio militare. Al mattino appena arrivati andavamo in un bar a far colazione, lui prendeva un panino al salame e formaggio e un bicchiere di rosso. Il primo bicchiere non riusciva mai a tenerlo in mano per il tremore ma al secondo le cose miglioravano. Io a volte mi giravo di lato facendo finta di non conoscerlo.

A caccia non ci andava più, un anno prima una malattia che gli aveva devastato i polmoni gli impediva di camminare come piaceva a lui e con il tremore alle mani era praticamente impossibile prendere qualcosa. Aveva smesso da un bel pò di sperare in case nuove, in svaghi, in un figlio con cui non aveva più niente da dire. Così si occupava dell'orto e delle mucche di mia madre. A volte venivano dei miei coetanei: 22, 23 anni a chiedergli consiglio sulla caccia, sulle tecniche da adottare, dove era buono appostarsi. Lui li accompagnava come poteva, soprattutto a Galli forcelli. Quel giorno che non era mattina, camminavano piano tra cespugli di rododendro e abeti bassi. Mio cugino teneva sulla spalla il calibro 12 a canne sovrapposte, carico. Un gallo parte e nel tempo che i giovani restano a bocca aperta, mio padre in uno scatto che non sapeva più di avere arpiona il fucile dalla spalla di suo nipote, traccia una linea tra l’ombra nera del gallo e l’aria, anticipa di 30 cm e spara. Preso! Tira un sospiro mio padre, si guarda le mani, ferme, precise, si sente tornato. Guarda gli altri ancora increduli, e tra tutti, tra tutti quegli sguardi stupiti ne cerca uno, uno che non c’è e non ci sarebbe potuto essere, il solo a cui avrebbe voluto mostrare le mani.

È tornato col buio, pieno di polvere, è stanco. Ha salutato i suoi figli e si è messo a letto. La piccola si è accorta d...
21/04/2017

È tornato col buio, pieno di polvere, è stanco. Ha salutato i suoi figli e si è messo a letto. La piccola si è accorta di lui, gli ha sentito dire qualcosa a sua madre poi si è riaddormentata. È autunno e fa buio presto ma da dove è arrivato lui il giorno e la notte hanno lo stesso colore. Poi al mattino a sua moglie ha detto : “ Questa cosa finisce qui! Le talpe vanno sotto terra! Io non sono né una talpa, né un verme!”

Anche gli altri arrivavano tutti dai villaggi intorno alla rocca : Graines, Fenillaz, Estoul, Champeillaz, Carlo, Cazzot, la Croix e poi da sotto: Pasquier, Fontaine, Pila. Tutti con una storia, Ognuno con un motivo per infilarsi lì dentro. Avevano disegnato sentieri a strapiombo sulla valle e come vermi avrebbero divorato la montagna lasciandola per sempre come una carcassa tarlata. Avevano la speranza di cambiare un po’ delle loro vite, migliorarle forse. Poter comprare un aratro nuovo e magari con un pò di fortuna e risparmiando avrebbero sostituito il vecchio tavolo di larice con uno nuovo, di formica, di cui avevano tanto sentito parlare giù a valle. Barattarono la libertà con il desiderio. Barattarono il loro tempo da vivi con la speranza. E "Speranza" chiamarono le loro gallerie. Chamousira brillava d’ oro come la segale che veniva coltivata sul suo fianco dolce. Spalmate verso il Ranzola e fin oltre gli altopiani di Fenillaz le terre splendevano di grano e di fieno.

Grato pensò che per lui poteva bastare il giallo dei campi. Pensò che stare fuori, al sole a coltivare la terra che amava era l’unica speranza di cui aveva bisogno. Questo e la baita lassù al lago. Grato non desiderava cambiare le cose, non desiderava una casa nuova o abbellire quella che aveva. Non desiderava nemmeno andar via come aveva fatto suo fratello che se n’era andato in America e gli aveva scritto di raggiungerlo. Grato si preoccupava più della terra. Si preoccupava che i prati fossero sempre ben concimati e che i canali dell’acqua fossero mantenuti in buone condizioni. Se pioveva si metteva al riparo e se c'era il sole prendeva la zappa e andava nei campi. Sì Grato era un “ manutentore”. Uno che tiene per mano. Nella stagione delle piogge, o del disgelo, il più delle volte in primavera, sotto le case di Fenillaz l’acqua usciva da ogni possibile buco e quando i bambini chiedevano come mai dalle tane delle talpe usciva acqua bianca, lui gli raccontava che la terra lì era così grassa che faceva latte ancor prima che le mucche mangiassero l'erba. Sapeva bene che sotto il villaggio vi erano sotterati i depositi di calce messa a sfiorare e trasportata lì dai forni della Croix, ma preferiva raccontare una storia. Preferiva vederli sorridere.

Poi ci fu la guerra, ma anche lì tornò prima del previsto, prima della fine. Una strana ferita sul labbro non si voleva chiudere, fu operato di fretta senza anestesia e rispedito a casa. Tornò ai suoi campi e nel decennio successivo molti di quelli con cui aveva lavorato non stavano bene, facevano fatica a fare i sentieri, il fiato era corto. Tanti morirono. Ma anche lui non era messo bene, qualcosa gli stava divorando la faccia. Qualcosa lo stava scavando come le talpe, i vermi e i minatori avevano fatto con la montagna. Morì una mattina d’ agosto del 1964 con la speranza di poter pascolare le sue mucche un giorno ancora. Un giorno soltanto, qui o altrove.

20/01/2017
Anna è la vecchietta che vive all’inizio o in  fondo al villaggio, dipende un po’ da dove si arriva. Anna è mia madre, è...
13/01/2017

Anna è la vecchietta che vive all’inizio o in fondo al villaggio, dipende un po’ da dove si arriva. Anna è mia madre, è nata nel 1934 ed è secca, secca. Le gambe, la schiena e tutto il suo corpo sono storti come una catasta di legna mal fatta. Se mia madre fosse davvero di legno, sarebbe di larice come tutte le cose che qui sono fatte per durare. A volte la si sente parlare con le sue quattro mucche, a volte urla e impreca a “Tormenta” di spostarsi di lato. Quand’è così anche la gallina scappa fuori dalla stalla tutta spaventata. E anche chi passa per la strada scappa spaventato.
Tanto tempo fa, come tutti i bambini, le chiedevo che cosa le era piaciuto di mio padre. La sua risposta era sempre la stessa - Perché era un brav’uomo!- Io non ci ho mai creduto un gran che a questa cosa. A scuola quelli che erano bravi mica piacevano alle ragazze. Le ragazze si innamoravano sempre di quelli stronzi e i bravi non erano bravi ma “ sfigati”. Mio padre non mi sembrava né sfigato, né st***zo. Solo le mie figlie, tanti anni dopo, riuscirono un giorno a strappargli qualcosa in più. Quando gli chiesero perché si era innamorata del nonno, lei gli rispose - Perché lo vidi in groppa al suo mulo saltare il sentiero nel punto più alto e più largo. Prendeva la rincorsa e saltava come se niente potesse spaventarlo.
Mia madre aveva un concetto tutto suo del ruolo di moglie. Vedeva l’uomo più come un coinquilino, e per questo non gli riconosceva nessun tipo di privilegio in quanto maschio. Il primo che arrivava a casa doveva iniziare a cucinare. Mio padre non fu mai dello stesso avviso. Dai tanti racconti di uomini e donne montanare, ho sempre pensato che ci fosse una memoria maschile ed una femminile. Un sapere diverso. Gli uomini imparavano fin da bambini a mettere da parte le emozioni, a nasconderle, a essere pratici ed efficienti. Le donne dovevano essere anch’esse pratiche, efficienti, più dure e più forti degli uomini stessi ma dovevano restare donne.
Anna è di Grana, nata lì, vissuta lì fino a 29 anni. Anna aveva una mula rossa selvaggia e indomabile. Suo padre diceva che era una bestia impossibile, che non la si poteva usare per arare o per portare via il fieno perché a un certo punto impazziva e buttava giù il carico, scappava e non la vedevi per un giorno intero. Mia madre ci andava d’accordo, si piacevano. Al lago ci andava montandola da maschio e si ricorda che una volta su, alla sera ragliava alla luna. Mia madre racconta che un giorno la usarono per trascinare dei tronchi dal sentiero che da Charbounira portava a Graines. Il sentiero passava in un punto esposto che dava diritto sulle rocce del torrente, il tronco era grosso e la mula poco abituata a obbedire. Tira! Tira! Gridavano gli uomini. Il tronco scarta di lato, cade e si tira dietro la mula che si spacca la schiena sulle rocce. Ma è viva e i maschi sanno cosa devono fare, vanno a prendere i coltelli perché se è viva si possono utilizzare le cosce e le spalle, qualcosa si può ancora salvare. Arrivano al villaggio, trovano mia madre e le dicono cosa è successo, cosa stanno per fare. Lei corre, corre e la chiama, quando la chiama la mula sente la sua voce, la riconosce e si mette a nitrire, tira su la testa e la guarda come a volergli dire – tu scappa, corri e non fermarti, non farti addomesticare tu.

Da bambino quando nevicava così , speravo che il papà di Richy non riuscisse a salire con lo spazzaneve. Sapevo che appe...
22/12/2016

Da bambino quando nevicava così , speravo che il papà di Richy non riuscisse a salire con lo spazzaneve. Sapevo che appena più in basso delle slavine avrebbero tagliato la strada in due, lasciando il villaggio isolato come un tempo, come me lo raccontava mia nonna. Mia nonna abitava nella casa vicino alla fontana, la prima se si arriva dal colle. Le sue due piccole finestre sono tutt’ora lo sguardo verso la valle a fianco, verso quelli che stanno dall’altra parte. Il colle è il Ranzola, ma a noi, a me e a un paio di altre persone, piace chiamarlo il colle di Tolstoj. È bello pensare che sia passato qua in mezzo. Forse ha notato la mia casa che è proprio sul punto più stretto. Forse ha salutato un bambino che sarebbe poi diventato il papà di mio nonno o forse è solo passato e basta. Una cosa è certa, nessuno qui si sarà accorto di lui. A mia nonna piaceva la televisione e la cosa che gli piaceva di più era una trasmissione che si chiamava “ Portobello” . Così veniva invitata a casa nostra che la televisione l’ avevamo già. Quando nevicava tanto attraversava il villaggio avvolta in una mantella di lana scura. Si stringeva tutta mentre al ritorno il vento buttava giù la neve dai tetti. Io guardavo dal balcone. Mia nonna era una donna dai fianchi larghi e dal petto generoso benché ormai, nonostante fossi ancora bambino, intuivo un certo decadimento. Mia nonna mi raccontava le storie. Alcune spaventavano e altre erano dolci come un rumore di neve che cade. A volte, ma questo d’estate, cantava. Cantava canzoni degli alpini, io non capivo che volevano dire. Lei che di guerre ne aveva viste due forse capiva meglio. Qualche anno più tardi, verso i quattordici non vedevo l’ora di poter guidare per accompagnarla in paese a fare la spesa. Però quando arrivò l’età della “ patente” alla nonna si sostituirono altri interessi femminili. Un giorno si ammalò e la casa restò vuota per molto tempo.

La foto è di Valentina.

Indirizzo

Fraz Estoul N 18
Brusson
11022

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