05/02/2018
Questa storia che sto per raccontare è una cosa successa tanto tempo fa. Non è una di quelle cose di cui parlavo volentieri, ma ora che tutti l’hanno dimenticata e che ne sento anch'io la distanza, credo valga la pena ricordare.
Nei primi anni ’70 molti miei coetanei avevano imparato a sciare nel campo scuola sotto alle case di Brusson, a Prae. Là, una sciovia costruita un decennio prima aveva portato con se una rudimentale scuola di sci e la nascita di un piccolo sci club e tutte quelle cose che da lì a qualche anno sarebbero diventate gli “ sport invernali”. Io non ci andai. Ero un bambino timido, piccolo, e pieno di insicurezze. Così invece di essere proiettato avanti verso il progresso che arrivava a grandi passi, preferii farne due o tre di passi ma indietro, e Estoul diventò la mia porta per il passato.
A quel tempo quassù non c’era proprio nulla. Ma quel nulla per me era colmo di avventura e di scoperte. Mio padre aveva un vecchio paio di assi di legno ricurve con degli attacchi Kandhar, così il tallone era parzialmente libero e poteva camminare. Perché era per questo che si mettevano gli sci, per potersi muovere sulla neve, per non sprofondare. Mio padre non aveva una tecnica vera e propria anche se ogni volta tentava di spiegarmi un modo per curvare chiamato “ cristiania”. Di sci ne aveva procurato un paio anche per me e non so bene da dove. Nello zaino metteva tagliole e lacci e esche per catturare volpi, martore e lepri, e tentava di spiegare a me il loro utilizzo. A quel tempo la strada in inverno la tenevano pulita solo fino alle ultime case del villaggio e cioè un qualche centinaio di metri prima da dove parte oggi la seggiovia. Da quel punto in poi tutto era paragonabile al klondike ed era così che lo vedevo io , perché queste storie: di lupi, di cani, di cercatori d’oro e di mondi lontani piacevano tanto a mio papà che le raccontava come fossero sue. Sta di fatto che mio padre stava davanti a fare la prima traccia, e io da dietro più che alle trappole pensavo alla neve intorno, alla sua sagoma che si muoveva lenta davanti a me, alle case sommerse, e a tutte le cose che d’inverno con la neve spariscono. Fu per questa cosa qua che misi gli sci per la prima volta. A sciare invece imparai molto tempo dopo, verso i 17 anni quando anche a Estoul costruirono due Skilift. E appena mi dissero questa cosa, cioè che avrebbero tagliato il bosco, spianato, e piantato piloni di ferro fui molto contrariato. Volevo impedirlo. Ero certo che tutto sarebbe cambiato, ero certo che avrebbero rovinato tutto e che la mia foresta selvaggia sarebbe sparita come in parte sentivo che se ne stava andando la mia infanzia. In ogni caso il mio mondo selvaggio sarebbe da lì a poco sparito comunque, e sarebbe arrivata la consapevolezza che mi serviva un lavoro e che pascolare le capre verso fontaney e molerasc non sarebbe bastato per vivere, per crescere, e tutto il resto. E le storie di Jak London non avrebbero portato le ragazze che poi con le piste, lo sci e il resto arrivarono. Così il lavoro lo trovai con i nuovi impianti di sci “ Brusson Palasinaz” . All’inizio come agente di rinvio sullo skilift e poi mi proposero di guidare il gatto delle nevi. Era il 1984. Il Gatto era una macchina incredibile in mano ad un ragazzo di 18 anni e se a quei tempi mi fossi già imbattuto in Mac Whirr del piroscafo Nan- Shan, allora avrei riconosciuto quella macchina come il capitano dell’Otago riconobbe il suo primo incarico. Ma a quel tempo io non conoscevo quasi nulla di queste cose e il Gatto era un gatto delle nevi e basta. Forse sarà stato per questa cosa qua che nel gennaio del 1986 in quei giorni in cui non smetteva più di nevicare e mi era stato detto di tenere aperta una traccia io lo sentii come un incarico di vitale importanza. Così mentre la neve continuava a salire, ad oltrepassare i balconi delle case lasciando il piano terra completamente sepolto, io continuavo con il gatto a fare su e giù lungo la pista. La macchina arrancava e la neve era tormenta e bufera e a folate come marosi sbatteva sul vetro. Verso il quinto giorno consecutivo di neve, per arrivare agli impianti dovetti mettere gli sci e le pelli perché non era più possibile stare a galla. Arrivato al gatto legai gli sci nel cassone con un fil di ferro e presi a salire, scelsi quella che ritenevo la pista migliore e siccome ce n’erano solo due di piste, quella più in piano, verso Fontane mi sembrò la più sicura. Il gatto beccheggiava e ad ogni avvallamento del terreno il muso andava giù e poi tornava su a galla. Dalla cabina il tergicristallo andava e non si fermava mai. In alto la montagna, il Bieteron, stava diritto in piedi come un omone dal ventre gonfio. All’ultima passata guardo nel retrovisore e poi guardo verso la montagna, e vedo gli alberi a poca distanza venir giù come spighe di grano. Vedo un vento fortissimo che butta giù tutto, neve alberi, e mi viene contro , alzo le mani sul viso e sento il colpo. Un colpo forte e sordo sul petto, tutta l aria che ho nei polmoni esce e il petto mi si schiaccia e le ossa iniziano a piegarsi e poi a rompersi. Il parabrezza mi avvolge e prende la forma del mio viso, delle mie mani, mi entra in bocca, la riempie di pezzi di vetro. Il gatto vola, non come qualcosa di pesante, piuttosto come una cosa leggera che galleggia e scivola via fino a incagliarsi su due enormi larici. Le traverse dei cingoli si infilano nel tronco dei due alberi per venti centimetri e poi tutto esplode: il cingolo, il telaio, la cabina, io, e le dieci tonnellate di ferro si accasciano nella neve. Per un po’ tutto si spegne e si accendono visioni, tutto è calmo e piacevole e ci sono persone intorno a me che parlano e non c’è freddo o caldo, c’è solo un sapore dolciastro. Poi come chi riemerge da un sogno o da un lungo tuffo riprendo fiato, sputo i vetri dalla bocca e penso ai denti. Intorno non c’è nessuno. Intorno solo alberi rotti, neve smossa, il mio sangue e una gamba incastrata e il freddo. Ma dove sono le gambe, sono sotto la neve, la neve che mi arriva alla pancia che mi fa male. La gamba è incastrata, se è rotta muoio qui come una di quelle bestie che mio padre prendeva nelle tagliole. Finirò come una di quelle bestie. Una volta ne avevo vista una che si era divorata la zampa fino all’osso per potersi liberare e non c’era riuscita. Ora sono io quella bestia. La testa, le mani, le gambe, sono piene di tagli e non sono sicuro di essere del tutto lucido. Penso a liberare il Gatto, cerco l'autoradio tra l'acciaio e i vetri rotti. Finalmente la gamba si scastra dai rottami, mi regge in piedi. Potrei uccidere per salvarmi. Sento in me qualcosa di forte e orribile quanto la disperazione di quella bestia con la gamba amputata. Cerco gli sci che sono l’unica possibilità e li trovo, lì nel cassone legati col fil di ferro. Li metto. anche se faccio fatica a respirare e ho un sonno terribile, inizio a scendere. Passo davanti a Fontane, lì la pista ripiana, faccio fatica, forse dovrei dormire un po’. La baita è lì, prima di tutto, prima di me, prima delle piste, prima di essermi donata, poi ristrutturata. Ne ha viste di nevicate la baita. È lì e sembra sapere , lei sa che tornerò da lei e la rimetterò in piedi, un giorno. La casa è lì e sa già tutto, ma io non so ancora niente . A casa , a Estoul, c’è mia madre che ha meno della mia età oggi, mio padre è vivo, Mia nonna è morta solo da un anno, sua sorella è lì con noi e cammina ancora e io sono ancora all’inizio di tutto.