22/12/2015
Lu tesoru di Vitusillanu
Durante lo svolgimento della festa di li Tri di Maiu — la festa del Crocifìsso — la folla era in attesa dei giochi pirotecnici che avrebbero avuto inizio, a Borgalino, davanti la chiesa dello Spirito Santo, alla mezzanotte precisa. Mancavano ancora due ore e la banda municipale suonava sul palco sfarzosamente illuminato dai becchi delle acetilene. In mezzo alla gente un burgisi, tra i più facoltosi e taccagni, era a godersi lo spettacolo. Mentre attento seguiva il succedersi delle note, due individui dal berretto rosso gli si avvicinarono e gli dissero: «Mpari, conoscete la strada di Vitusullanu?». E il burgisi di rimando: «Sì, perché?» — «C’è un tesoro e noi andiamo a cercarlo».
Lu burgisi ebbe un avido lampo agli occhi ed aggiunse in un soffio: « Se c’è un tesoro, vengo anch’io». E quelli: «Per ve**re occorre essere in due, e dello stesso sangue». E l’altro, pronto: «Mio fratello è qui! ed abbiamo anche i muli». Ed il più anziano dei due: «Allora cercatelo presto, perché occorre andar di fretta: a mezzanotte l’incantesimo finisce e i guardiani del tesoro si svegliano». Trovato il fratello e presi i muli, tutti per la vaneddra di li ‘ncantisimi, si avviarono a Vitusullanu.
Arrivati colà i quattro entrarono in una grotta, tutti insieme; ma appena varcata la soglia il suolo si spaccò e i quattro precipitarono. Rialzatisi i due fratelli e quelli del berretto rosso si ritrovarono in una grande sala dalle pareti di marmo. Avanti l’ingresso che immetteva in un’altra stanza stavano, immobili, due giganti con un bastone in mano.
I quattro, ripresisi dallo stupore, entrarono cauti nella seconda stanza poco illuminata: nel mezzo di essa vi era una statua di un cavaliere in sella di un cavallo di bronzo e con la scimitarra alzata. Ai piedi della statua un forziere aperto, ricolmo di monete d’oro, di monili, di brillanti.
I due fratelli, avidi si buttarono sul tesoro cercando a piene mani di riempire due grandi bisacce che s’eran portate dietro: ma più riempivano, più il tesoro si riproduceva e monete, monili e brillanti, ricolmavano la cassa. Cosi per l’avidità di prendere a più non posso, i due non s’accorgevano che il tempo passava e la mezzanotte fatale si avvicinava. Ad un tratto la luce parve accecarli, tanto fu splendente ed il cavaliere, fino a pochi momenti prima immoto, cominciò a sgranchirsi, risvegliandosi dal sonno profondo.
I due dal berretto rosso svanirono come inghiottiti dalla luce e i fratelli, presi dallo spavento, lasciarono le bisacce e se la diedero a gambe attraversando la prima stanza, ove intanto anche i due giganti si stropicciavano gli occhi.
Usciti all’aperto i due contadini, balzarono sui muli e si avviarono di corsa verso Canicatti. Arrivati a casa, stanchi, avviliti e con la febbre in corpo per lo spavento, si buttarono sul letto.
Da una scarpa, togliendosela, il più anziano dei due fratelli, vide cadere una moneta d’oro che tintinnò sul pavimento. Tre giorni dopo egli mori. II fratello minore visse per tanti anni e portò la monetine ciondolante alla catena dell’orologio sul panciotto ed ogni volta che qualcuno gli domandava dove l’avesse trovata egli raccontava l’avventura accorsagli; ma naturalmente nessuno gli credette mai.