11/09/2026
Oggi sono dieci anni che è morto mio papà.
Non ho mai parlato molto di lui qui. Forse perché le storie di questa casa sono soprattutto storie di donne: donne forti, ostinate, capaci di attraversare il tempo e di lasciare tracce profonde.
Papà era un’altra cosa.
Bellunese di nascita e montanaro di carattere. Un uomo schivo, basso, asciutto, con quella faccia che sembrava davvero tagliata con l’accetta. E non ho nemmeno tante fotografie recenti da mettere qui, perché odiava farsi fotografare. Appena compariva una macchina fotografica, riusciva misteriosamente a sparire.
Lavorava molto. Quando ero bambina, quindi, il tempo passato insieme non fu poi così tanto. Ma con le mie figlie, invece, riuscì a recuperare qualcosa di quel tempo che era mancato a me.
E il suo modo di stare con loro era molto suo: insegnare a leggere, leggere libri, raccontare storie.
È così che ci ha lasciato una delle cose più belle: la passione per i libri.
A me, prima.
E poi alle mie figlie.
Amava anche la montagna, il lavoro fatto bene, la puntualità, la correttezza. E amava viaggiare, partire, vedere posti nuovi, conoscere il mondo.
Forse è proprio questo che mi ha lasciato.
La curiosità.
L’amore per le storie.
La voglia di conoscere quello che c’è oltre la porta di casa.
Il rispetto per le cose fatte bene.
E soprattutto i libri, che sono rimasti un filo invisibile tra noi tre.
Dieci anni sono tanti.
Eppure ci sono persone che il tempo non porta davvero via. Rimangono nei gesti, nelle abitudini, nelle passioni che ci hanno trasmesso.
E rimangono anche in quelle delle generazioni che vengono dopo di noi.
Mio papà non è nelle fotografie — anche perché avrebbe fatto di tutto per non esserci.
È nei libri che ancora leggiamo.