12/05/2026
BENVENUTI TUTTI NEI MIEI ANNI ‘50
Nel 1950 mio padre, all'età di quindici anni, venne “preso a bottega” presso un orologiaio che aveva il suo negozio in Via Mazzini 11 a Torino, a due passi dal Conservatorio Musicale “Giuseppe Verdi”.
L’ “andare a bottega” del tempo costituiva praticamente in un'adozione in piena regola. La famiglia del garzone si sgravava del peso del mantenimento di un figlio, riceveva una somma di denaro una tantum e perdeva i diritti sui futuri guadagni del pargolo. E fino a qui era ciò che dal Verrocchio in avanti succedeva da secoli.
Il maestro orologiaio di mio padre era però il Signor Ashkenazi (avrà sicuramente avuto anche un nome oltre al cognome, ma mio padre ne parlo sempre solo come “il Signor Ashkenazi" e tale rimase anche per me).
Il signor Ashkenazi era un uomo di poco più di quarant'anni, unico sopravvissuto ad Auschwitz di una intera famiglia e che sei anni prima aveva perso genitori, moglie e figlio sebbene non si fosse rifiutato di declamare ad alta voce il “Mein Kampf” e di sputare sul Talmud.
Aveva vissuto metà della sua vita in Svizzera, parlava indifferentemente quattro lingue e viaggiava perennemente con in tasca uno scatolino d’argento per conservare i mozziconi delle si*****te che fumava per strada quando era a passeggio e che svuotava nei posacenere di casa ogni qualvolta rientrava.
Mio padre era cresciuto in un mulino di campagna dove il concetto di raccolta differenziata era espresso da un sempiterno letamaio che troneggiava nell'aia e sul quale finiva ogni altro tipo di immondizia domestica.
Dopo una settimana che mio padre viveva “a bottega”, e dopo che aveva disseminato di mozziconi piazza Bodoni quanto avrebbero fatto i marchettari e le pr******te che vi avrebbero campeggiato negl’anni, il signor Ashkenazi donò a mio padre uno scatolino d'argento uguale al suo, anche se per mio padre l'argento era sempre e solo stato quello del turibolo della chiesa del suo paese, accompagnato dal seguente biglietto: “Qualsiasi cosa ti abbia fatto il mondo, senza la tua immondizia in giro è comunque un posto migliore”.
E mio padre scelse, scelse di essere quello che non buttava più a terra i propri scarti, scelse che i suoi figli per anni sarebbero stati derisi dai compagni perché tornavano a casa dalle gite scolastiche con nello zaino la propria immondizia e spesse volte anche quella altrui, fosse stata anche quella dei loro bulli.
Negli anni seguenti quel concetto divenne qualcosa di più diffuso, anche se non divenne vincente.
Oggi esiste questo progetto, un ulteriore tentativo di sensibilizzare verso una scelta che mio padre fece nel 1950 e che i suoi figli e i suoi nipoti non dovettero neppure fare, perché era ormai diventata un automatismo.
Sì chiama “Progetto TARIP (Tariffa Puntuale)”. È un sistema di gestione rifiuti che, dal 2026, sostituisce la tradizionale TARI, calcolando la tassa in base al volume o peso effettivo dell'indifferenziato prodotto ("Pay As You Throw"). Premia chi differenzia correttamente, incentivando il riciclo e riducendo i costi per i cittadini più virtuosi.
L’obbiettivo è quello di ridurre i rifiuti indifferenziati e aumentare la qualità della raccolta differenziata.
La tariffa si calcola sul rifiuto indifferenziato prodotto, monitorato tramite mastelli dotati di tag o chip.
Il comune in cui risiedo ha aderito a questo progetto. Qualcuno lo ha criticato perché lo trova scomodo e macchinoso.
Io, che sono abituato da a anni a mettere le mie mani anche nell'immondizia di chi pur sapendo che la differenziata andava fatta ha comunque evitato di farla, trovo che sia un'idea splendida.
Questa sperimentazione prevede un allargamento sul territorio durante i prossimi due anni ed accompagnata da un motto che secondo me sarebbe piaciuto anche al Signor Ashkenazi: “Conta solo quel che resta”, e per quel che mi riguarda, il Signor Ashkenazi e la sua speranza sono restate eccome.