29/08/2022
CONFLITTI TRA MONACI E COMUNITÀ RURALI:
LA CERTOSA DI PESIO NEL DUECENTO
Data la vicinanza alla Francia, in Piemonte si registrò una diffusione molto precoce di alcuni ordini monastici istituiti Oltralpe, in particolare i cistercensi e i certosini.
Nel 1173 la fondazione della certosa di Pesio (comune di Chiusa Pesio, prov. Cuneo) fu un'iniziativa dei signori di Morozzo, che assicurarono ai monaci un'importante dotazione terriera e tennero sotto saldo controllo il monastero e il territorio circostante per diversi decenni.
Tant'è vero che nei primi decenni del XIII secolo i rapporti tra i certosini e gli abitanti del villaggio di Chiusa furono improntati a una grande cautela, al punto che per questo periodo mancano completamente gli scambi e le compravendite di terreni tra i due soggetti.
Calma piatta? Niente di tutto ciò: in realtà l'equilibrio era molto precario ed esisteva una conflittualità latente, che non esplodeva solo perché i Morozzo avevano il polso della situazione.
Qual era il problema? Con la donazione comitale del 1173 il "desertum" ( = ampia estensione di terreno, prevalentemente boschivo, ubicata intorno al monastero in modo che ai membri della comunità fosse garantito il necessario isolamento) della certosa, che si spingeva fino ai confini con Briga e con Tenda, aveva inglobato molti terreni appartenenti agli abitanti di Chiusa. È vero che la dotazione era avvenuta in accordo con gli abitanti del villaggio, ma su quei beni fondiari gravavano antichi diritti d'uso, che potevano essere rivendicati in qualsiasi momento.
E così fu. Negli anni Quaranta del Duecento l'alleanza tra i comuni di Cuneo e di Mondovì ridusse i Morozzo a un ruolo marginale. A questo punto la conflittualità alla quale accennavo esplose in tutta la sua gravità, coinvolgendo anche il territorio di Briga e di Tenda.
I monaci subirono un forte depauperamento del loro patrimonio fondiario e, non potendo più fare affidamento sulla protezione dei fondatori, cercarono appoggi di vario genere: si rivolsero ai marchesi di Ceva, al vescovo di Ventimiglia e perfino alla Santa Sede e all'Impero.
D'altra parte dobbiamo tenere presente che il Duecento fu un secolo di forte incremento demografico, quindi la fame di terre aumentò sempre più e portò a ricorrenti violazioni del "desertum".
La bomba esplose sul finire dell'anno 1260: gli uomini di Chiusa assaltarono violentemente la certosa, intenzionati a far valere i loro diritti sui pascoli e sulla legna. La situazione degenerò: ebbero luogo furti e rapine, i monaci furono picchiati, gravi danni furono inferti alle celle dei monaci stessi, ma anche ai boschi e ai prati. Il vescovo di Asti - all'epoca la diocesi di Mondovì non esisteva ancora - scomunicò gli autori di queste malefatte, che il 30 gennaio 1261 si dichiararono colpevoli di molte violenze e promisero di accettare la sentenza emanata da Aimone, priore del monastero di Pesio. Da parte sua quest'ultimo li assolse e si impegnò a far revocare la scomunica, purché si impegnassero a pagare i danni.
Va detto che nulla prova che ci sia stato un intervento degli Angiò, che pure governavano Cuneo e il suo territorio da poco tempo, cioè dall'estate del 1259.
L'accordo fu contratto dalle parti a livello strettamente "interno". Fu stipulato nella chiesa di Sant'Antonino di Chiusa dai rappresentanti della comunità (i sindaci e un sacerdote di nome Signorino) e fu promosso da alcuni religiosi: in particolare si deve mettere in evidenza la presenza tra i testimoni di due frati francescani, Manfredo e Pietro (appartenenti al convento di Cuneo o a quello di Mondovì?).
Il potere degli Angiò sul territorio era ancora in fase di consolidamento. Di lì a poco, comunque, re Carlo I ordinò di non turbare i monaci nell'esercizio del loro diritto di legnatico e di pascolo.
Ma non era finita. Tra il 1267 e il 1268 gli uomini di Chiusa e di Briga ripresero a molestare i monaci e le loro proprietà terriere, rivendicando i diritti d'uso sugli alpeggi e sulle foreste, che erano stati stabiliti ben prima del 1173, anno della fondazione della Certosa.
Stavolta, però, i monaci evitarono accuratamente una ricomposizione interna del conflitto: si rivolsero alla Santa Sede e ad alcuni membri della gerarchia ecclesiastica, che diedero ragione ai certosini e scomunicarono alcuni consiglieri della comunità di Chiusa.
Mi sono basato sul volume di Rinaldo Comba, "Eremi ed eremiti di montagna: spazi e luoghi certosini nell'Italia medievale", Cuneo 2011, pp. 133-137.
La correria ( = complesso destinato alla residenza dei conversi, cioè i laici che appartenevano alla comunità e facevano da "filtro" tra i monaci e il mondo esterno) della certosa di Pesio.