09/06/2026
Ho risposto male a un uomo di ottantacinque anni perché mi stava facendo perdere tempo. Poi ho visto cosa aveva preparato per me.
«Signor Verri, oggi non posso davvero», dissi con una voce più dura del necessario. «Sono solo volantini.»
Gli presi quasi di mano quel piccolo mucchio di carta.
Il furgone era fermo davanti al suo cancelletto. La borsa mi tirava la spalla, il telefono di servizio continuava a vibrare, e io ero già in ritardo sulla consegna.
Mi chiamo Andrea. Faccio il portalettere in un quartiere tranquillo alla periferia di Modena.
Strade strette, villette a schiera, cassette della posta attaccate ai cancelli, gerani sui davanzali, biciclette appoggiate ai muri.
Da fuori sembra un lavoro semplice.
Suoni un campanello. Lasci una busta. Consegnì un pacco. Vai avanti.
In realtà corri sempre.
Corri dietro agli orari. Corri dietro alle firme. Corri dietro alle strade che sembrano non finire mai. E quando torni al deposito, c’è sempre qualcuno pronto a dirti che potevi fare più in fretta.
A casa avevo mia moglie e due gemelli di due anni.
Due bambini meravigliosi, ma capaci di svuotarti completamente. La sera trovavo giocattoli sotto il tavolo, briciole sul divano, pannolini da cambiare, piatti nel lavandino.
Eppure non vedevo l’ora di tornare lì.
Volevo sentire le loro manine attaccarsi alle mie gambe. Volevo avere almeno un momento della giornata in cui non ero solo un uomo che consegna cose.
Poi c’era il signor Verri.
Abitava in fondo a via delle Magnolie, in una casa piccola con l’intonaco un po’ consumato e un giardino stretto davanti alla porta.
Aveva ottantacinque anni. Magro, sempre pettinato con cura, con gli occhiali grandi e un cardigan grigio anche quando tutti gli altri stavano in maniche corte.
Ogni martedì e ogni giovedì mi aspettava vicino alla cassetta della posta.
Non capitava per caso.
Era sempre lì.
Appena mi vedeva, prendeva le buste, le pubblicità, i fogli colorati, e diceva:
«Andrea, mi può dare un’occhiata? Queste scritte sono piccole. Non capisco se è importante.»
All’inizio lo facevo volentieri.
Gli leggevo due righe. Dividevo le bollette dai volantini. Gli dicevo cosa poteva tenere e cosa poteva buttare.
Lui mi ringraziava ogni volta come se gli avessi fatto un favore enorme.
Ma col passare delle settimane, iniziai a irritarmi.
Tre minuti qui. Cinque minuti lì. Sempre le stesse domande. Sempre gli stessi volantini del supermercato, dei mobili, degli occhiali, delle offerte che nessuno legge davvero.
Non volevo diventare cattivo.
Ma nella mia testa il signor Verri era diventato un ritardo.
Quel giovedì arrivai davanti a casa sua già stanco dentro.
Lui era al cancelletto. Teneva alcuni fogli stretti al petto. La mano sulla ringhiera tremava appena.
«Andrea», disse piano, «può guardare un attimo questo? Mi sembra una cosa importante, ma io…»
Non lo lasciai finire.
«No, signor Verri. Oggi no.»
Lui rimase immobile.
Io presi i fogli e li guardai di fretta.
«Questo è un volantino di un negozio di cucine. Questo è un’offerta per materassi. Questo è un supermercato. Non c’è niente di importante.»
Gli rimisi i fogli contro il petto.
«Io sto lavorando. Ho un giro da finire. Ho una famiglia che mi aspetta. Non posso fermarmi ogni settimana a leggere pubblicità.»
Appena finii la frase, mi sentii piccolo.
Il signor Verri non alzò la voce.
Non mi rispose male.
Abbassò solo lo sguardo. Le sue dita si chiusero sui volantini, come se quei fogli fossero l’unica cosa a cui aggrapparsi.
Poi disse, quasi sottovoce:
«Lo so che sono pubblicità.»
Io rimasi fermo.
«Come?»
Lui si schiarì la gola.
«Le scritte grandi le leggo ancora.»
Non capivo.
«Allora perché mi chiede sempre di leggerle?»
Il signor Verri indicò lentamente l’angolo vicino alla porta d’ingresso.
Solo allora vidi il tavolino.
C’erano due bicchieri di limonata. Un piattino con dei biscotti secchi. Due sedie tirate fuori.
Due.
Non una.
Due.
Il signor Verri non riusciva a guardarmi negli occhi.
«Perché lei è l’unica persona che mi parla durante la settimana.»
Il telefono di servizio vibrò di nuovo.
Quella volta quel rumore mi fece vergognare.
Lui continuò piano:
«Mia moglie è morta sei anni fa. I figli sono lontani. Chiamano quando possono. Non li biasimo. Hanno la loro vita.»
Strinse i volantini al petto.
«Ma in questa casa c’è troppo silenzio. A volte lascio la televisione accesa solo per sentire una voce.»
Non dissi nulla.
Pensai al mio appartamento pieno di rumore.
Ai giochi sparsi. Alle urla dei bambini. A mia moglie che mi chiedeva aiuto appena aprivo la porta. A tutto quello che spesso mi sembrava pesante.
E davanti a me c’era un uomo che aveva preparato due bicchieri di limonata solo per trattenere qualcuno cinque minuti.
Misi il telefono in silenzioso.
Poi dissi:
«Signor Verri, mi dispiace. Davvero. Non avrei mai dovuto parlarle così.»
Lui alzò gli occhi.
Io entrai dal cancelletto e mi avvicinai al tavolino.
«La seconda sedia era per me?»
Il suo volto cambiò appena.
Ma abbastanza da farmi stringere la gola.
Annuì.
Mi sedetti.
La limonata non era più fredda, ma me la ricordo ancora. Sapeva di vergogna, e poi di perdono.
Parlammo per venti minuti.
Mi raccontò di sua moglie, che faceva la pasta fresca la domenica. Del lavoro in falegnameria. Del tavolino che aveva costruito lui, tanti anni prima.
Io gli mostrai una foto dei miei gemelli con il sugo fino alle orecchie.
Il signor Verri rise.
Una risata vera. Piccola, fragile, ma viva.
Quando mi alzai, ero ancora più in ritardo.
Sapevo che al deposito mi avrebbero rimproverato. Forse anche segnato il ritardo.
Ma al cancelletto, il signor Verri mi prese la mano per un secondo.
«Grazie, Andrea. Lei non sa cosa significa.»
Io guardai i volantini che teneva ancora stretti.
«La prossima volta non faccia finta di non leggerli.»
Lui sorrise piano.
«No?»
«No», dissi. «Mi dica solo che c’è la limonata.»
Da quel giorno, il giovedì mi fermo dal signor Verri.
Non tanto.
A volte sette minuti.
Ma ho capito che sette minuti per me possono essere un ritardo. Per qualcun altro, possono essere l’unico momento buono di tutta la settimana.
Parliamo sempre di fretta, di impegni, di cose da fare.
Ma intorno a noi ci sono persone che non hanno bisogno di altro tempo.
Hanno bisogno di una voce.
Di uno sguardo.
Di qualcuno che chieda: «Come sta oggi?»
A volte il gesto più umano non è grande.
È fermarsi.
Ascoltare.
E ricordare a una persona che esiste ancora.
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