14/02/2026
Con Maria Franca Fissolo Ferrero se ne va forse l’ultima rappresentante di una generazione che nella seconda metà del Novecento ha fatto grande l’Italia e Alba. L’Alba del miracolo economico regalava al mondo uscito dalla guerra il piacere del gioco con i palloni della Mondo, della lettura con le riviste paoline, dei tessuti con Miroglio e del cioccolato con i Ferrero, industriali di successo internazionale capaci di realizzare in Langa l’utopia di Adriano Olivetti. La Ferrero per prima ha incarnato un modello imprenditoriale nuovo. Un “capitalismo dal volto umano” mirato a conciliare profitto, cultura e benessere sociale, ponendo la fabbrica al centro di una comunità attraverso l’offerta di servizi e dignità ai lavoratori.
I Ferrero non venivano chiamati «padroni» dai dipendenti, ma semplicemente «titolari», e il più delle volte «signora Piera», «signor Giovanni», «signor Michele» o «signora Maria Franca». Col rispetto di chi parla dell’amico del cuore o di un parente. L’attaccamento familiare dei lavoratori della Ferrero ha portato ad azioni di mutuo soccorso, come nelle alluvioni del 1948 e del 1994, quando gli operai spontaneamente liberarono i macchinari dal fango dell’alluvione e fecero ripartire la produzione.
Maria Franca Fissolo appartiene a una generazione che ha costruito a fatica ciò che siamo, dalle ceneri della guerra, facendo leva su valori, ideali, rispetto, misura nei comportamenti e nel linguaggio, e responsabilità morale verso la comunità. Valori di cui oggi sentiamo la mancanza, ben richiamati da Gazzetta d’Alba questa settimana a proposito dell’invito al vicepresidente americano per la prossima Fiera del Tartufo. Teresio Asola