La Casa del Sole - ecovillaggio

La Casa del Sole - ecovillaggio La Casa del Sole è l'ecovillaggio che la cooperativa Terra Nova sta realizzando in Val Germanasca

Nell’eco-villaggio che stiamo realizzando nei boschi della Val Germanasca ci sarà una scuola rurale libertaria, un centro di documentazione, una casa famiglia, una foresteria, una trattoria bio-vegana, produzione agricola biologica, laboratori tecnici, artistici ed artigianali e molto altro ancora.

03/04/2024

«Oggi stacchiamo un attimo la presa dall’attualità più stringente e approfondiamo alcune notizie scientifiche o di costume, molto interessanti, che spesso rischiano di restare fuori da questa rassegna proprio per via della pressione che le cosiddette hard news, l’attualità più stringente, esercita sull’agenda setting.

Resta molto vivo in questi giorni il dibattito sugli allevamenti intensivi. Il Guardian pubblica un articolo a firma di Ajit Niranjan in cui denuncia che l’Ue ha finanziato in passato e probabilmente sta continuando a finanziare gli allevamenti intensivi 4 volte tanto rispetto alle coltivazioni vegetali, di fatto drogando il mercato e rendendo le diete a base di carne molto più economiche di quanto sarebbero.

I dati citati dall’articolo sono un po’ vecchi, del 2013, ed emergono da un recente studio pubblicato su Nature Food. Studio che mostra come più dell’80% dei fondi pubblici europei destinati della politica agricola comune (PAC) nel 2013 siano stati indirizzati ai prodotti animali nel 2013.

In pratica, considerando anche i sussidi ricevuti da chi produce mangime per animali, su un chilogrammo di carne bovina, la carne con l’impatto ambientale più elevato, ci sono 1,42€ di costi che sono coperti dai sussidi. Il doppio rispetto alle prime versioni della Pac.

Il fatto che i dati siano riferiti al 2013 è presto spiegato: è l’ultimo anno di cui abbiamo a disposizione le ripartizioni precise dei finanziamenti legati alla Pac. Secondo i ricercatori però, sebbene la PAC sia stata riformata due volte da allora, la divisione nei sussidi diretti è rimasta sostanzialmente costante per cibi di origine animale e vegetale. Anche se su questo non c’è un accordo pieno e altri ricercatori hanno mosso critiche allo studio sostenendo che non sia più così attuale. Altri studi compiuti utilizzando dati più recenti, ma meno completi, sostengono che la percentuale sia divisa circa 50-50 fra sussidi ad allevamenti e sussidi ad agricoltori.

Ad ogni modo, prendendo i numeri con le pinze, resta il fatto che una percentuale fra il 50 e l’80 per cento dei sussidi della PAC, che a loro volta sono circa un terzo del bilancio totale dell’Ue, vanno a incentivare un sistema che ci sta spingendo nel baratro della crisi climatica, oltre ad essere eticamente molto discutibile. Ed è un fatto che non possiamo continuare ad accettare se vogliamo che davvero l’Europa sia il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050.

Il problema, come racconta l’articolo, è che il sistema di sussidi premia le aziende in base alla quantità di terreno occupato, e quindi premiano gli allevamenti perché occupano più spazio rispetto alle coltivazioni di piante, soprattutto se consideriamo non solo lo spazio occupato dagli allevamenti in sé ma anche quello preso da tutte tutte le coltivazioni realizzate per nutrire gli animali d’allevamento. Che peraltro è un modo molto energeticamente inefficiente di produrre cibo, perché quelle colture potrebbero essere destinate direttamente agli esseri umani. Per produrre la stessa quantità di proteine, la carne bovina richiede 20 volte più terra rispetto, ad esempio, ai cereali. E di conseguenza riceve molti più sussidi.

Insomma, il fatto di aver legato i sussidi alla quantità di terreni occupati, ha creato un meccanismo vizioso per cui vengono incentivati di più i modi meno efficienti di produrre cibo. E non si tratta solo di inefficienza. Come ricorda ancora l’articolo, l’allevamento animale è una delle principali cause dell’accelerazione dell’estinzione della fauna selvatica nel mondo ed è responsabile del 12%-20% degli inquinanti che riscaldano il pianeta.

La ricerca, fra l’altro, arriva mentre i governi europei hanno attenuato diverse politiche verdi di fronte alle grandi proteste degli agricoltori negli ultimi mesi. Lunedì scorso, un pilastro chiave del green deal dell’UE è quasi crollato quando otto paesi hanno ritirato il loro sostegno a una legge per il ripristino della natura. Martedì, gli stati membri dell’UE hanno concordato con una proposta della commissione di indebolire e ritardare alcune delle condizioni ambientali che gli agricoltori devono rispettare per ricevere sussidi.

Il cambiamento dei sistemi di sussidi e produzione del cibo, però, devono cambiare molto velocemente, se vogliamo evitare gli effetti peggiori della crisi climatica.

In questo senso, ci viene in aiuto un altro articolo del Guardian, a firma di due professori universitari uno di Stanford e l’altro della University of California, Patrick Brown e Michael Eisen, che propongono un’idea tanto semplice quanto potenzialmente rivoluzionaria: pagare gli allevatori per coltivare alberi anziché allevare bestiame.

Anche questo articolo riassume l’impatto degli allevamenti intensivi in alcuni dati impressionanti: gli 1,7 miliardi di mucche del mondo, per massa, superano di gran lunga la popolazione umana e tutti i mammiferi terrestri selvatici, gli uccelli, i rettili e gli anfibi rimasti sulla Terra di oltre 15 volte. Più di un terzo del suolo terrestre è utilizzato per alimentare il bestiame.

La ricerca sviluppata dagli autori dell’articolo ha stimato che una graduale eliminazione degli allevamenti animali nel corso dei prossimi 15 anni rappresenterebbe più della metà delle riduzioni nette di emissioni necessarie per mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali.

Circa metà dei benefici climatici di questa eliminazione deriverebbe dalla drastica riduzione delle emissioni di due gas serra molto potenti, metano e protossido di azoto. Il resto sarebbe ottenuto dalla cattura di enormi volumi di anidride carbonica dall’atmosfera attraverso la fotosintesi, poiché foreste e praterie native si riprendono sulle terre ora utilizzate per alimentare o pascolare il bestiame.

I benefici si estenderebbero oltre la crisi climatica. La perdita di habitat a causa dell’espansione della produzione di bestiame, principalmente bovini, è il maggior responsabile del crollo della biodiversità. Il ripristino degli ecosistemi nativi sulle terre di pascolo permetterebbe la ripresa e l’espansione degli habitat essenziali per le specie vegetali e animali minacciate.

Spesso però quando si parla di disincentivare gli allevamenti, come abbiamo visto, si sollevano le voci degli allevatori. Che sembrano essere uno degli ostacoli principali a questa transizione, più ancora della domanda di carne, che è mediamente in calo costante negli ultimi anni.

Leggo: “Gli allevatori non devono essere vittime di un mondo che cambia; possono invece essere gli eroi che ci salvano dalle due maggiori minacce per il nostro pianeta e la nostra specie. Basterebbe riconoscere che il ripristino e la cura degli ecosistemi naturali che combattono la crisi climatica e sostengono la fauna selvatica è un’occupazione agricola essenziale al nostro benessere e sicurezza, e adattare le politiche agricole a sostegno di chi sceglie di “allevare” carbonio anziché bestiame”.

Un investimento annuale globale molto più piccolo, solo l’1% del PIL mondiale, per pagare gli agricoltori che scelgono di passare dall’allevamento di bestiame al ripristino e alla gestione di foreste e praterie native, aumenterebbe significativamente il reddito degli allevatori di bestiame e stimolerebbe le comunità rurali, riducendo rapidamente il riscaldamento globale e invertendo il crollo della biodiversità a livello mondiale. E sarebbe un affare. Per tutti.

Che il problema della transizione dagli allevamenti intensivi sia un problema più legato all’offerta che alla domanda, ovvero alla difficoltà di cambiare il sistema a monte più che a valle, lo dimostrano i sempre più frequenti annunci di persone che scelgono diete vegetariane, vegane o a basso consumo di carne.

L’ultimo a fare endoorsment in questo senso è stato l’attore irlandese Cillian Murphy, vincitore del premio Oscar come miglior attore protagonista agli ultimi Oscar per il suo ruolo nel film Oppenheimer, che ha deciso di diventare vegano e ha parlato pubblicamente della sua scelta.

L’attore era già vegetariano da circa 15 anni, mentre circa un anno fa ha annunciato di essere diventato vegano durante un podcast, un anno fa e adesso in occasione dell’oscar questa sua intervista è stata ripresa e commentata da molti giornali.

Quando l’intervistatore gli chiede se la sua scelta è stata etica o salutistica l’attore risponde: “Entrambi. All’inizio c’era il problema della mucca pazza e tutto il resto. Ma credo che sia meglio per il Pianeta. Il veganismo è una scelta di vita contro lo sfruttamento degli animali”.

Quindi, ecco, un riduzione di massa del consumo di carne non è una cosa assurda. Servono soluzioni creative a monte del sistema di produzione. E questa idea di pagare gli allevatori per diventare custodi di biodiversità potrebbe essere interessante.»
(Andrea Degl’Innocenti)
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09/02/2024

«…ieri il mio occhio è stato catturato da un articolo su la Repubblica dal titolo “Far cambiare idea ai negazionisti climatici è più difficile del previsto”. È a firma di Sandro Iannacone e nel sommario recita: “Un esperimento dell’università di Bonn e dell’Institute of Labor Economics condotto su 4mila persone ha dimostrato che chi non crede al cambiamento climatico non lo fa per autoingannarsi e quindi giustificare i comportamenti sbagliati, lo fa perché ci crede davvero.”

Devo dire che il sommario mi ha fatto un po’ ridere, però il tema è importante. Leggo: “Nonostante decenni di ricerche, un corpus importante di evidenze scientifiche, dati inconfutabili e modelli teorici lo abbiano ormai confermato oltre ogni ragionevole dubbio, c’è ancora chi non crede che sia in atto un cambiamento climatico, o chi ritiene che il cambiamento climatico non sia attribuibile all’attività dell’essere umano sul pianeta. Come è possibile? A porsi questa domanda è stata un’équipe di scienziati della University of Bonn e dell’Institute of Labor Economics (Iza): per provare a trovare una risposta, gli esperti hanno condotto un esperimento online su oltre 4mila persone, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature Climate Change. L’analisi dei risultati dell’esperimento ha svelato uno scenario parzialmente inatteso, che ha sorpreso gli stessi autori del lavoro. E di cui, soprattutto, non è immediato comprendere le conseguenze e pianificare le contromisure.

In pratica, vi riassumo, l’ipotesi più comune per spiegare il fenomeno del negazionismo climatico sostiene che le persone si “auto-ingannino” pur di poter convivere meglio con i propri comportamenti sbagliati pensando che le loro conseguenze non saranno poi così drammatiche. Si tratta di un processo di pensiero con cui tendiamo a giustificare le nostre azioni, negando le loro conseguenze.

Un team di scienziati ha provato a verificare se questo meccanismo mentale, questo bias cognitivo chiamato “ragionamento motivato” sia effettivamente alla base del negazionismo climatico. Per farlo, hanno diviso in modo casuale i partecipanti allo studio in due gruppi di persone. Ciascuna persona aveva a disposizione un budget di venti dollari: i membri del primo gruppo potevano assegnarli a due associazioni impegnate nel contrasto ai cambiamenti climatici, mentre i membri del secondo potevano decidere di tenere il denaro per sé anziché devolverlo (particolare importante: si trattava di soldi veri, che avrebbero effettivamente ricevuto al termine dell’esperimento). “È chiaro – ha spiegato Zimmermann – che chi decide di tenere per sé il denaro deve in qualche modo ‘giustificare’ a se stesso di averlo fatto. E un modo per farlo è di sostenere che il cambiamento climatico non esiste”.

Effettivamente, quasi la metà dei componenti del secondo gruppo ha deciso di tenere i soldi per sé: successivamente, i ricercatori hanno “mescolato” i volontari dei due gruppi, sempre casualmente, e avviato una discussione per comprendere se gli “egoisti” si comportassero da negazionisti del cambiamento climatico. E qui la sorpresa: “Non abbiamo visto alcun segnale di questo effetto”, dice Zimmermann. “E questa osservazione è stata confermata anche da due esperimenti successivi, simili al primo. In altre parole, il nostro studio non ha fornito alcuna prova che le idee sbagliate (e molto diffuse) sul cambiamento climatico siano riconducibili all’auto-inganno del ragionamento motivato”. Potrebbe sembrare una buona notizia, perché in prima battuta la cosa potrebbe suggerire che è effettivamente possibile (e relativamente semplice) correggere le convinzioni errate sul cambiamento climatico semplicemente fornendo informazioni complete, il che sarebbe invece molto più difficile se il fenomeno fosse frutto di un auto-inganno che “piega” la realtà a nostro uso e consumo.

Ma gli autori del lavoro sono più scettici a riguardo: “Ad analizzarli bene”, conclude Zimmermann, “i nostri dati rivelano la presenza di una variante più sottile del ragionamento motivato, in particolare che negare l’esistenza del riscaldamento globale faccia in realtà parte dell’identità politica di alcuni gruppi di persone”. Ossia, in altre parole, che il negazionismo del cambiamento climatico, in una certa misura, definisca l’identità di alcune persone, sia intrinsecamente legato al loro sistema di valori e credenze. Cioè che ci credano per davvero, e che non siano affatto preoccupati di ciò che pensano gli altri o del loro giudizio. Se così fosse, smontare le loro convinzioni potrebbe essere molto più arduo del previsto.

Ecco, mi è parso un articolo interessante, perché è importante comprendere le motivazioni alla base del negazionismo. Personalmente credo che uno dei motivi per cui il cambiamento climatico incontra così tanto scetticismo è che è davvero difficile da capire. Cioè, è difficile capire in che modo l’anidride carbonica che buttiamo in atmosfera in seguito alla combustione dei combustibili fossili, che rappresenta una frazione piccolissima dei gas che compongono l’atmosfera, sia collegata all’innalzamento delle temperature.

E di nuovo, anche su questo, devo segnalarvi un altro video della stessa divulgatrice di prima, Sabine Hossenfelder, che spiega passo passo come siamo arrivati a capire, in maniera ormai molto solida, che è proprio quella CO2 ad essere alla base del riscaldamento globale.

Per farvela breve, è un ragionamento articolato in 3 step: 1. è stato osservato in laboratorio osservando lo spettro di assorbimento della molecola della CO2 che ha delle proprietà per cui trattiene il calore. Poi, il secondo step è: ok, ma come sappiamo che la CO2 è responsabile del cambiamento climatico che osserviamo adesso? E magari non è l’attività del sole o altre motivazioni? E ci sono alcune prove, tipo osservare il riscaldamento degli oceani, oppure osservare che le fasce più esterne dell’atmosfera si stanno invece raffreddando, come previsto dai modelli, cosa che non succederebbe se fosse il sole a causare il riscaldamento. Infine, 3o step, come sappiamo che è la co2 emessa da noi a causare questo riscaldamento? E si può osservare osservando che tipologia di CO2 è presente in atmosfera, perché ne esistono di 3 tipi diversi solo una è quella emessa quando bruciamo i combustibili fossili.

Anche qui vi lascio il video completo sotto fonti e articoli e ringrazio il mio carissimo amico Marco Prayer per avermi fatto conoscere il lavoro di questa divulgatrice.»

https://www.youtube.com/watch?v=4S9sDyooxf4&ab_channel=SabineHossenfelder

(Andrea Degl’Innocenti)

Italia Che Cambia

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17/01/2024

E se avessimo dei limiti oggettivi, evolutivi, che ci impediscono o perlomeno ci rendono molto difficile reagire a una minaccia come la crisi climatica? È quello che sostiene uno studio recente, ripreso da GreenReport. Lo studio si chiama “Characteristic processes of human evolution caused the Anthropocene and may obstruct its global solutions”, ovvero “I processi caratteristici dell’evoluzione umana hanno causato l’Antropocene e possono ostacolare le soluzioni globali” ed è stato pubblicato sulla rivista Philosophical Transactions of the Royal Society.

Provo a riassumervi i risultati dello studio. La premessa della ricerca è che «Gli esseri umani sono arrivati ​​a dominare il pianeta con strumenti e sistemi per sfruttare le risorse naturali che sono stati perfezionati nel corso di migliaia di anni attraverso il processo di adattamento culturale all’ambiente”. E che “Nel corso degli ultimi 100.000 anni, i gruppi umani hanno progressivamente utilizzato più tipi di risorse, con maggiore intensità, su scala maggiore e con maggiori impatti ambientali. Questi gruppi spesso si sono poi diffusi in nuovi ambienti con nuove risorse”.

La domanda è: abbiamo le competenze biologiche per invertire questa rotta? O siamo biologicamente, evolutivamente programmati per crescere all’infinito fino ad auto-annientarci? E poi, se queste competenze le abbiamo, in quali condizioni si attivano?

Per rispondere a queste domande il team di ricerca ha esaminato quando e come sono emersi in passato sistemi umani sostenibili. Trovando due modelli generali. Nel primo è il modello in cui i sistemi sostenibili tendono a crescere e diffondersi solo dopo che gruppi di sapiens si sono scontrati con un problema specifico, osservandone gli effetti peggiori.

I ricercatori fanno l’esempio degli Stati Uniti che hanno regolamentato le emissioni industriali di zolfo e biossido di azoto nel 1990, ma solo dopo aver stabilito che causavano piogge acide e acidificavano molti corpi idrici nel nord-est. Questo tipo di modello però non è adatto per problemi globali, perché non possiamo aspettare di vedere gli effetti pegiori della crisi climatica ed ecologica globale prima di agire, perché sarebbe troppo tardi, non avendo un pianeta B.

Il secondo modello invece vede il rapido sviluppo di sistemi cooperativi per la gestione di beni comuni. È un modello più adatto alla gestione di sfide ecologiche in divenire, ma ha un limite: i ricercatori hanno anche osservato che «Forti sistemi di protezione ambientale tendono ad affrontare i problemi all’interno delle società esistenti, e non tra le diverse società».

Significa che si riesce ad agire solo all’interno di una determinata società, regolata da istituzioni competenti. Ad esempio, la gestione dei sistemi idrici regionali richiede cooperazione regionale, infrastrutture e tecnologie regionali, che derivano dall’evoluzione culturale regionale. La presenza o meno di società ad un giusto livello è, quindi, un fattore limitante critico.

E quindi, per affrontare sfide globali, il problema è che non abbiamo istituzioni globali, e il tipo di cooperazione che si genera fra società diverse è troppo debole e finiscono per prevalere gli interessi locali, di stati e aziende, rispetto a quelli collettivi.

E quindi lo studio avverte che «Affrontare la crisi climatica in modo efficace richiederà probabilmente nuovi sistemi normativi, economici e sociali a livello mondiale, che generino maggiore cooperazione e autorità rispetto ai sistemi esistenti come l’Accordo di Parigi. Per stabilire e far funzionare questi sistemi, gli esseri umani hanno bisogno di un sistema sociale funzionale per il pianeta, che non abbiamo».

Come afferma il ricercatore principale, Timothy Waring, «Il problema è che non abbiamo una società globale coordinata che possa implementare questi sistemi. Abbiamo solo gruppi sub-globali, che probabilmente non saranno sufficienti. In un mondo pieno di gruppi subglobali, l’evoluzione culturale tra questi gruppi tenderà a risolvere i problemi sbagliati, avvantaggiando gli interessi delle nazioni e delle imprese e ritardando l’azione sulle priorità condivise. L’evoluzione culturale tra i gruppi tenderà ad esacerbare la competizione per le risorse e potrebbe portare a un conflitto diretto tra i gruppi e persino all’annientamento umano globale.

Questo significa che le sfide globali come il cambiamento climatico sono molto più difficili da risolvere di quanto ritenuto in precedenza. Il problema più grande è che le caratteristiche centrali dell’evoluzione umana probabilmente stanno ostacolando la nostra capacità di risolverle. Per risolvere le sfide collettive globali dobbiamo nuotare controcorrente».

Per Waring quindi la possibile soluzione sarebbe quella di costruire una governance cooperativa, in fretta e su scala globale. Missione difficile, ma non impossibile. Insomma, secondo questo studio istituti come le COP non hanno molte possibilità di risolvere le sfide ecologiche globali. Dovremmo iniziare a ragionare come un unico organismo globale, e dotarci di istituzioni globali, se vogliamo risolvere sfide globali. So che è un tema controverso, ma credo che la chiave stia nel concetto di sussidiarietà. Ogni decisione ha il suo giusto livello, o spesso più livelli. I livelli statali non sono più adatti per gestire molte delle sfide contemporanei. Dobbiamo crearne di nuovi. E paradossalmente credo che dovremmo rafforzare di molto i due livelli più estremi, oggi molto deboli. Quello globale, e quello locale, se serve depotenziando quello che sta in mezzo.

(ANDREA DEGL'INNOCENTI)

Indirizzo

Località Comba Crosa
Perrero
10060

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