20/05/2026
Il vegetarianismo come giustizia sociale.
Carlo Altini
«La domanda da porre sugli animali non è “possono ragionare?”, ma “possono soffrire?”». Con queste parole nel 1789 Jeremy Bentham rinnova un tema di lunga durata nella cultura europea, quello della liceità di mangiare gli animali, che diventa centrale quando – nel 1842, sulla rivista londinese The Healthian (Il salutista) – viene creato il termine «vegetariano». Naturalmente il vegetarianismo è esistito fin dall’antichità (con Pitagora, Porfirio, Plutarco e Ovidio come sostenitori dell’astinenza dalla carne) ma certamente il dibattito ottocentesco costituisce un importante punto di svolta, anche per comprendere alcune dinamiche a noi contemporanee sui diritti degli animali, difesi in particolare da Peter Singer e Tom Regan. Ed è a questo dibattito dell’Ottocento che è dedicato il volume Vegetarianismo: storia antologica di un’idea moderna (Carocci, pp. 293, euro 29) a cura di Cecilia Muratori, Michele Merlicco e Sergio Filippo Magni. L’antologia contiene testi di vegetariani di diverso orientamento filosofico – da Charles Ménard a Niels Treschow, da William Alcott a Henry Salt – nei quali vi è però un tratto comune: la dieta vegetale non è solo uno strumento di salute ma soprattutto un’occasione di giustizia, diventando così il luogo in cui può emergere una considerazione globale di una rinnovata esistenza umana in termini morali, politici, economici e religiosi, cioè una forma di vita che intende eliminare il «sacrificio» e il dolore da ogni condotta umana.
PER MOLTI VEGETARIANI dell’Ottocento attivarsi per i diritti degli animali significa immaginare riforme progressiste in campo sociale – anche attraverso esperimenti sociali con i quali fondare nuove comunità «temperanti» – che mirino a estirpare la sofferenza e a coltivare la compassione verso ogni essere senziente: poiché mangiare carne equivale a ridurre gli animali a cose inanimate da sfruttare a piacimento, è necessario ricostruire un’armonia con il cosmo che – spazzando via ogni degenerazione antropocentrica – inverta il processo di decadenza della civiltà moderna. All’interno della prospettiva vegetariana si aprono così riflessioni più generali sulla crisi della modernità. Qui è ovvio il richiamo alla fortuna del mito dell’età dell’oro (da Esiodo a Platone, da Montaigne a Rousseau, per non parlare delle tradizioni religiose) dalla quale l’umanità sarebbe caduta a causa del predominio di pulsioni «individualistiche» fondate sul desiderio di dominio.
SE A CIÒ SI AGGIUNGE il fatto che già nella prima metà dell’Ottocento – quando le posizioni vegetariane iniziano a diffondersi in molti Paesi europei – l’idea moderna di progresso vede all’orizzonte il proprio crepuscolo per mano di autori come Schopenhauer, Leopardi e Poe, allora diventa chiaro come il vegetarianismo non sia esclusivamente il prodotto di un’inclinazione morale, ma una chiave di lettura per una più complessiva critica sociale. Su questo piano filosofico-politico ciò che progressivamente entra in discussione, anche grazie al vegetarianismo, è il modello di produzione economica capitalistico, che riduce ogni relazione a un rapporto di dominio e al principio dell’utile: mangiare carne – in quanto immagine dell’essere umano come padrone della natura – è la rappresentazione simbolica dell’accumulazione capitalistica, in quanto immagine del borghese padrone dei mezzi di produzione e della forza-lavoro, indifferente al consumo sfrenato delle risorse disponibili, radice di ogni disuguaglianza. Il discorso filosofico-politico implicato nel vegetarianismo conduce inoltre a una critica radicale dell’organizzazione sociale in termini di concorrenza, conflitto e guerra.
SI TRATTA DI UN PROBLEMA che giunge alla sua massima chiarezza nel Novecento, con autori con Gandhi e Capitini, nei quali l’astinenza dalla carne diventa una forma di resistenza mista a liberazione, visto che comporta il rifiuto di ogni oppressione socio-economica e l’affermazione universale dei diritti, nella chiave della non-violenza. In quest’ottica l’uccisione degli animali nei mattatoi diventa il modello dell’uccisione degli umani nei campi di battaglia, tanto che una vera pace è impossibile da raggiungere finché gli esseri umani mangeranno carne. Una visione utopica? Forse, anche se delineata nella forma del futuro possibile, e non della chimera. Ciò non toglie il fatto che – quando coniarono il termine «vegetariano» – i redattori della rivista The Healthian ci indicarono che le pratiche dietetiche sono la cartina di tornasole dello stato di salute non dell’individuo, bensì dell’intera società: mangiando diversamente si costruisce un mondo qualitativamente diverso dal presente. È una prospettiva collettiva che dovremmo tenere maggiormente in considerazione nella nostra epoca di individualismo narcisistico.
Il manifesto
09/05/2026.