14/06/2026
In famiglia abbiamo sempre avuto animali. Oltre a cani e gatti: cavalli, asini, pollame, il maiale, la pecora, il canarino, il pesce rosso, i pidocchi e una volta perfino le piattole. Mezzo secolo fa portammo al mare anche il dobermann con coda e orecchie barbaricamente mozzate. Se avesse potuto decidere sarebbe rimasto volentieri a casa sua. E avrebbero preferito lo stesso anche i vicini di ombrellone, giustamente poco rassicurati dal rituale "venga venga non fa niente, è buono come il pane". Tempi in cui i pochi esemplari di Canis lupus familiaris in circolazione non erano ancora antropomorfizzati. Capivano un po' di tedesco (sitz e platz), vivevano nudi in un habitat stanziale prevalentemente all'aria aperta, non limonavano con i padroni (oggi pet mate o umani di riferimento) dormivano nella cuccia e per snack un femore di bue. Benessere animale a detta di etologi e veterinari, abusi per gli esperti cinofili con la foto della squadra del cuore sul profilo e il siberian husky nel bilocale di città, costretto poi a kilometrici viaggi ogni fine settimana a sbavare per ore sotto un tavolo del ristorante augurandosi il tanax. Purtroppo da un po' di tempo non accettiamo più cani. E il gatto... e la scimmia? No, nemmeno loro. Non vorremmo rivivere le strazianti scene di stimati professionisti umiliarsi al pari di genitori distrutti alle prese con il figlio tossico per coprire le malefatte dell' (incolpevole) pelosetto. O di chi rinuncia alla camminata programmata perchè sprovvisto di calzature adatte (quelle del cucciolone), poi si rompe le p***e e si lamenta. O di chi li vuole sul divano e nel letto, "tanto ho la coperta"... che ha più peli del Bobi. Per quelli che "allora andremo a portare i soldi da un'altra parte": ce ne faremo una ragione. Per quelli che "se viene il terremoto poi arrivano loro a tirarvi fuori": i cani di servizio saranno sempre bene accetti.