10/06/2026
Quanno a rugni, quanno a olapri.
Ero un bambino quando mio padre mi raccontò di una bellissima cacciata a coturnici al Casale del Cardinale Gasparri. Un casale... Per di più di un cardinale! Nella mia testa doveva essere un castello!
Rimasi deluso la prima volta che mi ci portarono, avrò avuto 10 anni: quattro mura malandate, uno stazzo di pecore alla ricerca inutile d'ombra tutt'attorno, sole verticale, porte cadenti e solai sfondati. Non potevo comprendere che un casale di un cardinale fosse solo un'umile dimora per pastori, oltretutto in malora, così cominciai a fantasticare su questo posto, diamante incastonato nel massiccio del Monte Rotondo, con le cime di Croce e Pietralata a tenerlo in grembo, posato in vetta ad una delle valli più segrete e selvagge dei Sibillini: la valle del Rio Sacro. Con un panorama che spazia, sul fronte, dal San Vicino al Catria e il Monte Coglia e le sue balze che sprofondano orride nell'Acquasanta in primo piano. Pascoli a non finire tutto intorno, dove le quaglie africanelle trovano conforto dal caldo e, chissà, forse anche l'amore, se ne vanno prima placidi, poi prendono la via del cielo e vengono risucchiati precipitosamente verso le creste che lo avvolgono da dietro e ricadono poi in Valle Tela. Un brecciaro immane sulla costa del Pietralata dove la leggenda vuole siano sepolti un pecoraro con tutte le sue pecore. Inghiottiti dalla montagna. Una faggeta scura sul lato opposto ne guarnisce definitivamente i contorni.
Che bel posto è questo. Degno di un cardinale.
Sarebbe bello accogliere gente quassù o anche solo starsene da soli in questa vastità.
Casale Gasparri non smette ancora di farmi fantasticare, dopo trent'anni. Certo, con occhi diversi, ma il viaggio è sempre lo stesso.